TFR: investire o lasciare la somma in azienda?

pac2.JPGSono passati ormai undici anni dal gennaio 2007, data in cui gli italiani, in seguito al decreto legislativo numero 252 del 2005, hanno potuto scegliere se destinare il Trattamento di Fine Rapporto a fondi pensione che potessero integrare le forme di previdenza statale o se lasciare lo stesso in azienda. Attorno alla tematica si è sviluppato un acceso dibattito, provocato soprattutto dalla situazione non certo entusiasmante della previdenza sociale in Italia. Il quadro si è complicato ulteriormente - e così resterà fino al prossimo 30 giugno - visto che in via sperimentale la Finanziaria del 2015 ha introdotto la possibilità di diluire il TFR direttamente in busta paga con tassazione ordinaria. Tra le scelte a disposizione, però, quale porta vantaggi più importanti per il lavoratore?

Un risparmiatore che 10 anni fa ha aderito ai fondi pensione aperti ha ora a disposizione un portafoglio decisamente più ricco rispetto a coloro che hanno rivalutato il TFR in azienda. È pur vero che ogni caso è diverso, ma la maggior parte degli investimenti a lungo termine possono portare ad un profitto importante che possa andare a sostenere alcune spese che si rendono necessarie con il passare degli anni. Va ricordato inoltre che al successo di un investimento concorre non solo il TFR, ma anche i contributi volontari che il lavoratore versa con cadenza mensile.

I fondi pensione sono strumenti previdenziali destinati a lavoratori singoli, emessi da banche, assicurazioni e società di investimento e disciplinati da contratti ufficiali passati al vaglio dall’autorità di vigilanza. La caratteristica principale dei fondi pensione è l’assoluta flessibilità dello strumento e la possibilità di interrompere i versamenti in qualsiasi momento. Un’alternativa importante restano i piani di accumulo, meglio conosciuti come PAC, un’evoluzione dei fondi pensione che hanno raggio d’azione simile ma maggiore flessibilità. Così come accade per i fondi pensione, anche i PAC sono forme di risparmio gestito caratterizzate da grande flessibilità e i fondi generati sono investiti in fondi o in ETF che nel tempo si rivalutano grazie agli aumenti di capitale decisi dal risparmiatore e agli interessi maturati. Il vantaggio ulteriore è però legato alla possibilità di bloccare l’investimento in qualsiasi momento, ottenendo il capitale versato: questa prospettiva, unita ai costi di gestione più bassi e alla maggiore possibilità di diversificazione, fa dei piani privati un’opzione importante per i risparmiatori.

Molti italiani, però non conoscono fino in fondo le potenzialità e le caratteristiche dei fondi pensione e dei PAC, come sottolineato anche da IPSOS e Prometeia in un sondaggio. Nonostante l’allarme di Assofondipensione, secondo cui è importante che il lavoratore pensi attivamente al secondo e al terzo pilastro previdenziale per non rischiare di trovarsi a fare i conti con una pensione minima, gli italiani conoscono poco o nulla dei fondi pensioni complementari e integrativi. E se si pensa che la scelta di non investire è stata motivata dalla presenza di costi troppo alti, questo fa capire che in realtà gli italiani conoscono poco la materia, dal momento che attualmente i costi dei fondi pensione integrativi sono di gran lunga inferiori a quelle dei fondi comuni e degli altri prodotti pensionistici privati.


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